Che cos’è il counseling psicologico?
Consiste in una metodologia di consulenza psicologica fondata sul concetto di ascolto attivo, sull’attenzione rivolta ai bisogni, alle risorse interne e alle potenzialità della persona. Attraverso la relazione, si favorisce l’autoesplorazione e quindi la conoscenza di sé, una maggiore consapevolezza del proprio pensare e del proprio agire; si facilita quindi lo sviluppo delle risorse personali e delle strategie di coping (fronteggiamento delle difficoltà).
Tutto questo per aumentare la qualità della vita del cliente, favorendo il miglioramento dell’uso delle proprie risorse e l’attenzione e la soddisfazione delle proprie esigenze, i propri bisogni e desideri. Fondamentalmente il counseling si occupa della salutogenesi (Giusti, Mattachini, Merli, Montanari, 1993).

L'obiettivo è quello di accrescere l'autonomia in relazione al proprio ambiente sociale, professionale e culturale, focalizzando l’intervento sul “qui ed ora” (“Sul passato non si può agire, il futuro è solo una previsione”).
Questo significa che il counseling, a differenza di altri approcci a carattere psicologico, non pone l’accento sull'eventuale “problematicità” o patologia dell’individuo, che viene invece visto come portatore ed origine delle soluzioni.
Ruolo del counselor, è mettere la persona nelle condizioni di comprendere la situazione in cui si trova e di gestire il problema, capitalizzando le proprie risorse interne. E’ importante capire che la stima di sé, è qualcosa che si è appreso e costruito nel tempo: dunque si possono anche gradualmente apprendere dei comportamenti nuovi, atteggiamenti e modalità di pensiero diverse, partendo da una maggiore conoscenza riguardo a se stessi ed ai propri meccanismi e dialoghi interni.
Un percorso di counseling psicologico può essere utile in tal senso, in quanto, come già accennato, presuppone come scopi di base una maggiore consapevolezza, una presa di responsabilità, un’attivazione da parte del cliente che non viene “curato” dal counselor, ma aiutato ad individuare le proprie risorse interne, a valorizzarle, porsi degli obiettivi, ampliare il numero di strategie di coping a disposizione, ad affrontare costruttivamente le situazioni al fine di agevolare la sua indipendenza e di renderlo attivo, autonomo e propositivo anzichè passivo (caratteristica spesso riscontrata nelle persone con problemi di autostima). Tutto questo avviene tramite la relazione che s'instaura tra i due, basata sull’accettazione incondizionata, l’empatia, l’empowerment.
 
Il cliente viene accettato in tutta la sua unicità, senza essere giudicato. Vengono rispettati anche i suoi tempi e i suoi modi in un'atmosfera di genuinità, di autentico rispetto: il professionista è, nella sua umanità, parte integrante nella relazione, la quale costituisce il maggior veicolo di cambiamento.
 
L’empatia è fondamentale, il professionista deve avere la capacità di immedesimarsi e calarsi nei pensieri, nelle emozioni, negli stati d’animo di chi ha di fronte, senza però perdere in obiettività.
Ai fini di una reale comprensione è dunque importante “sentire” come sente il paziente.
Con il termine empowerment, si vuole indicare il processo di responsabilizzazione del cliente, il favorire la presa di coscienza delle proprie capacità e della propria autoefficacia. Bandura A. (2000): L’autoefficacia. Teoria e applicazioni, Erikson, Trento.
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